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Transpantaneira

Ci sono delle strade al mondo che sono famose tra chi come noi ama i percorsi un po’ fuori dagli schemi. Queste strade spesso sono conosciute per via dei luoghi che attraversano, per la difficoltà che presentano, per il numero di curve, per il numero di tunnel, per la quota che raggiungono, per la stagionalità in cui è possibile percorrerle. Tra queste possiamo citare: Il paso dos Libertadores in Cile, la Yungas Road in Bolivia, la BAM Road in Siberia, la Dalton Highway in Alaska, lo Zojila pass in India o la Sichuan Tibet Highway in Cina…  Insomma, ci sono strade al mondo che per un motivo o per l’altro attirano per il loro fascino e per la loro storia. Così, motociclisti, fuoristradisti, chi si muove in Van, in camion o semplicemente zaino in spalla desidera viverle almeno una volta nella vita.

Attualmente ci troviamo in Brasile, a Poconé, portale Nord del Patanal, regione che durante la stagione delle piogge risulta quasi totalmente allagata. Date le condizioni idrografiche assolutamente uniche al mondo, in questo angolo di pianeta neanche tanto piccolo, convivono centinaia di specie di animali e piante; tra loro una strada.

Immersa tra la fauna e la flora di questa regione l’uomo ha costruito una delle strade che tanti avventurieri desiderano percorrere, la Transpantaneira, anche nota con il nome MT-060.

Lunga circa 150 Km, la Transpantaneira congiunge Poconé a Porto Jofre dove termina gettandosi nel luogo dove evidentemente l’uomo ha ceduto alla forza della natura, il fiume Cuiabà. Originariamente il progetto prevedeva il completo attraversamento del Pantanal, quindi idealmente un collegamento tra Cuiabà e Corumbà, che si trova nello stato del Mato Grosso Do Sul, poi questo progetto è andato a monte, probabilmente per l’impossibilità di realizzarlo nella pratica.

Nei giorni precedenti il nostro arrivo a Poconé ci siamo interessati a scoprire se questa strada fosse effettivamente praticabile con il nostro camion dato che il principale ostacolo che presenta sono i circa 120 ponti in legno che è necessario attraversare per raggiungere il villaggio di Porto Jofre. Questi ponti, costruiti in legno di Piuva sono apparentemente robustissimi, li abbiamo già incontrati e attraversati nel Pantanal del Sud e la loro portata sembra ben superiore alle 15 Tonnellate dichiarate. Tuttavia il sovraccarico, la scarsa manutenzione, i continui allagamenti, creano danni tali che a volte rendono il transito su questi ponti un vero terno al lotto.
Da dove cominciare? Semplice, guardando qualche foto di repertorio trovata su Internet.

Le premesse non erano delle migliori, tuttavia Internet non è sempre la fonte più affidabile di informazioni, spesso ciò che si trova in rete sono i racconti più tragici, spesso romanzati dagli stessi autori. Così abbiamo deciso di avere notizie da chi questa strada la percorre tutti i giorni, da chi ci vive a stretto contatto, ovvero camionisti e proprietari delle tante Fazendas che costituiscono il cuore pulsante della regione. Il responso tuttavia questa volta non è stato differente da quanto inteso leggendo in rete, in buona sostanza i camion che superano le 7,5 Tonnellate di peso corrono rischi concreti nel voler percorrere questa strada.
Decidiamo quindi di muoverci sulla Transpantaneira in moto, certo per farlo dovremmo attrezzarci un pochino visto che in totale i chilometri che ci aspettano alla fine saranno 300 tra andata e ritorno.
Carichiamo quindi la nostra Beta ALP 4.0 con il kit di sopravvivenza minimo, ovvero il massimo che riusciamo a caricare, cioè: attrezzi per cambiare una camera d’aria, tenda, materassino, 4 litri di acqua e 9 Empanadas già pronte per essere mangiate. Naturalmente con noi portiamo sempre macchina fotografica e videocamera.
Gli amici della Posada Piuval – di cui parleremo in un altro articolo – ci dicono che dovremmo riuscire a trovare la benzina per tornare indietro a Porto Jofre, anche se saremo costretti a pagarla circa tre volte il prezzo normale.

A circa 10 Km da Poconé si trova il portale del Pantanal, ovvero il vero e proprio inizio della Transpantaneira. Naturalmente è d’obbligo fermarsi a scattare una fotografia, ma più che altro siamo interessati a capire se da qui il nostro Valentino sarebbe passato, e la risposta è si.
Proseguendo per qualche altro chilometro incontriamo il primo ponte, che però scopriamo essere di cemento. A fianco un cartello della prefettura del Mato Grosso indica che il ponte in questione sarà solo il primo dei 30 completamente rifatti, quindi la nostra fame di avventura subisce un drastico ridimensionamento.
A far rialzare la nostra soglia di attenzione sulla pericolosità della strada è la statua di San Francesco, che posizionata qui all’inizio della Transpantaneira ci appare come un monito dal cielo: “Occhio!”.

Attorno a noi però la natura prende il sopravvento sulla strada. Marciando su questa pista, che di fatto per ora è una lunga striscia di terra masticata dalla tole ondulee, ci concentriamo all’osservazione degli animali. Da questo punto di vista il viaggio merita di essere percorso, dato che il numero di uccelli e di caimani che ci circondano è impressionante.

I ponti in cemento terminano dopo circa 50 chilometri, in pratica appena raggiunto quello che dovrebbe essere un albergo di lusso lungo la Transpantaneira. Qui iniziamo ad attraversare i ponti in legno, e cominciamo ad immaginare la sensazione che avremmo provato venendo qui con la nostra casa a quattro ruote. Questa sensazione non è piacevole!

Grazie alla motocicletta possiamo tranquillamentre prendere delle deviazioni che ogni tanto consentono di evitare il passaggio sui ponti, questo naturalmente non è sempre possibile, sia perchè non tutti i ponti hanno un bypass, sia perchè ora ci troviamo nella stagione secca, quindi l’acqua non ha raggiunto minimamente il suo livello massimo. Trovandosi qui nella stagione delle piogge l’unica possibilità, per qualunque mezzo è l’uso dei ponti, qualunque sia la condizione in cui si trovino.

Alcuni dei ponti che dovremo attraversare sono brevi, altri come quello della foto qui sopra sono decisamente più lunghi. Naturalmente capita che i ponti più lunghi e che si trovano nelle peggiori condizioni non abbiano il bypass e questo con un mezzo più grande della nostra motocicletta potrebbe costituire un problema.

Quando abbiamo percorso la pista che attraversa il Pantanal del Sud con il nostro Valentino abbiamo distrutto una gomma (Leggi qui). In quei giorni la pioggia e il fango hanno reso le cose ancora più complicate, ma ora con tranquillità riusciamo a capire meglio quali possono essere state le cause della nostra foratura. Chiodi, schegge e tondini di ferro spuntano un po’ ovunque su questi ponti, quindi qualunque sia il mezzo con cui vengono attraversati è bene prestare la massima attenzione.

Inizialmente proviamo a tenere a mente il numero di ponti che abbiamo attraversato, ma poi, molto prima della metà, perdiamo il conto. Naturalmente, come era facile immaginare, man mano che proseguiamo verso Porto Joffre scopriamo che i ponti sembrano essere sempre più deteriorati, insomma come se questa strada volesse giocarsi le proprie carte chilometro dopo chilometro tenendo l’ignaro viaggiatore sul filo del rasoio.

Ogni tanto è bello uscire dal percorso principale e percorrere le vie parallele che normalmente sono ricoperte di acqua. Il terreno, completamente tappezzato di impronte di animali è secco e così è facile individuare il passaggio di Mucche, Caimani, Capibara e naturalmente il Giaguaro, che qui è l’animale al vertice della catena alimentare.
Il Giaguaro è in particolare l’animale per cui in questa regione esiste un passaggio turistico particolamente importante. Da porto Joffre infatti partono diveri tipi di escursioni in barca che consentono ai turisti di ammirare questo animale nel suo habitat naturale. Il gioco della ricerca al Giaguaro è in pratica anche la principale fonte di sostentamento delle persone che vivono a Porto Jofre, dove di fatto esistono solamente due campeggi, un hotel e una piccola riserva di pescatori professionisti.

Siamo partiti da Poconé abbastanza presto, cercando di evitare il caldo, che inisieme ai ponti è la grande difficoltà che incontra chi decide di percorrere questo tragitto. E’ Inverno, ma i circa 40 gradi si percepiscono molto bene intorno a mezzo giorno, momento in cui, fotografando l’ennesimo ponte ci finisce il coperchio dell’obiettivo della camera nel fiume. Incredibilmente, circondato da caimani, il coperchio si mette a galleggiare e, grazie alla lieve corrente, raggiunge un’area che ci pare in qualche modo raggiungibile. Non ci sembra vero, cerchiamo quindi di recuperarlo cacciando i caimani che nuotano nella piccola laguna. Sfortunatamente, pur attrezzati con rami legati tra loro con delle liane, non riusciamo a far altro che farlo affondare!

Non ci facciamo prendere dallo sconforto, essendo protetti dal sole da degli alberi decidiamo di festeggiare il fatto di non aver recuperato il coperchio, ma di non essere stati mangiati dai caimani. Gustiamo quindi qualcuna delle nostre Empanadas anche se sfortunatamente, aprendo il sacchetto che le conteneva, le recuperiamo un po’ ammaccate, ma d’altronde non abbiamo altra scelta e ce le mangiamo. Ormai l’acqua che avevamo con noi è bollente, in una avevamo messo anche un po’ di limone, così che ci pare di bere un buon Te caldo. Insomma, non ci va poi così male per essere in mezzo al Pantanal Brasiliano.

Riprendiamo la strada con la pancia piena e, come ogni altra volta che rimontiamo in sella, ci accorgiamo di quanto sia calda e poco accogliente. Se noi abbiamo caldo figuriamoci il motore raffreddato ad aria della nostra piccola moto, che tutto sommato invece non sembra particolarmente affaticata dal percorso. Diciamo che per ora le uniche precauzioni che abbiamo dovuto prendere sono state quelle di controllare dove stavamo appoggiando le ruote sui ponti, ma sopratutto i piedi, prima di infilarli dove mancava qualche asse.

Dopo 150 Km arriva il momento in cui raggiungiamo Porto Jofre, non ci sono cartelli a darci il benvenuto, semplicemente dopo aver costeggiato il recinto dell’hotel, la strada termina a picco nel fiume. Davanti a noi troviamo delle barche all’ancora e sulla sinistra una piccola strada sterrata che conduce al campeggio, dove ci dirigiamo.
Bene, ora inizia la seconda parte dell’avventura, quella in cui ci accorgiamo che Porto Jofre è in pratica una piccola macchina per grattare il denaro a turisti consenzienti ma che d’altronde non hanno scelta.
Arriviamo al campeggio e la prima cosa che desideriamo veramente è una bibita fresca. Come siamo abituati da tempo la prima cosa che chiediamo è: “quanto costa?”, e fortunatamente in questo caso la nostra abitudine ci salva, visto che l’oste ci chiede 30 Realis (pari a circa 8 euro) per una bottiglia di coca cola. La sete ci passa all’improvviso, tiriamo l’ultimo sorso della nostra acqua calda e dopo aver avuto conferma del prezzo del campeggio, ovvero 50 Realis a persona (13 Euro) proviamo a vedere se in giro si trova qualche alternativa. Il secondo campeggio è il Jaguar Camp, di cui avevamo visto il cartello a circa 1 chilometro da qui. Con poche speranze di spuntare un prezzo migliore ci proviamo.

Arriviamo in questo campeggio che si trova nel bel mezzo della foresta e veniamo accolti da un ragazzo che ci spara una richiesta addirittura più alta, 60 Realis a persona. Naturalmente per noi non è accettabile spendere una cifra come questa solo per piazzare la tenda, ma da quanto sappiamo le opzioni sono finite qui. Tuttavia, pronti a dormire nella tana di un Giaguaro, usciamo dal campeggio e ci infiliamo in una stradina sterrata che torna verso il fiume. Qui la fortuna ci assiste e troviamo un luogo senza tempo, dove una piccola comunità di pescatori vive non si sa bene come.

Tra loro incontriamo un gruppo di Brasiliani che meritano due parole di presentazione. Quattordici personaggi dall’età più disparata che insieme hanno acquistato un pullman che col tempo hanno attrezzato a casa mobile. La loro passione è la pesca, quattro volte all’anno lasciano il loro paese per andare ad infilarsi nei posti più remoti del Brasile con l’intento di professare il loro credo: bere, pescare e stare in compagnia.

Ci fanno visitare il loro Pullman, che ormai è parcheggiato qui da due settimane, ci sembra il Magic Bus di Into the Wild. Totalmente indipendenti hanno a disposizione ben tre congelatori a pozzetto lunghi un metro e mezzo ciascuno che in pratica sono quasi totalmente colmi di birre. Ce ne offrono un paio, mentre ci raccontano delle loro battute di pesca in compagnia di qualche Giaguaro. Non si sa bene come hanno trasportato qui delle barche, con cui escono in pratica ad ogni orario del giorno e della notte. Sprigionano una carica d’energia incredibile, e subito ci mostrano dove poter rifornirci d’acqua, ovvero nel bidone dove i pescatori della comunità locale conservano quella trattata (anche in questo caso non si sa bene come).
A loro chiediamo come sia arrivato il loro Pullman qui, viste le condizioni degli ultimi ponti, e la loro risposta è stata: Ponti? Quali ponti? Ecco come la birra risolve i problemi della strada.

Contenti di non dover necessariamente “regalare” un sacco di soldi al mercante del campeggio per dell’acqua potabile piazziamo la nostra tenda non troppo distante da dove i Brasiliani con il pullman hanno piazzato le loro. Sorseggiamo l’acqua che non puzza, ma non ha neanche un sapore tanto piacevole. Convinti che se i pescatori non sono morti bevendola anche noi potremmo sopravvivere ce ne facciamo una ragione. I pescatori locali invece ci mostrano dove è possibile fare una doccia ed eventualmente utilizzare il bagno. Insomma, non ci manca proprio nulla alla faccia dei 100 Realis risparmiati!

Il caldo se ne va via abbastanza velocemente e il sole insieme a lui. Il buio ci circonda e il suono del generatore dei pescatori ci ricorda della presenza dell’uomo, ma anche della presenza dell’unica lampadina che illumina l’ingresso del bagno. Nonostante pensassimo che i Brasiliani con il pullman facessero festa per tutta la notte in realtà così non è stato, forse addirittura prima di noi avevano mangiato e chi a letto e chi a pescare ci hanno lasciato nel silenzio.

La mattina successiva i pescatori ci offrono il caffè e dei buonissimi biscotti fritti da quello che è il loro cuoco ufficiale (foto sopra). Questo ci mostra i frutti del lavoro della notte, uno dei pesci che hanno portato a casa. Questa area del Pantanal è protetta, a seconda della specie non possono essere uccisi pesci di dimensioni inferiori ad una certa taglia. Nessun pesce può essere portato via, ciò che si può pescare va mangiato. I pescatori ci invitano per il pranzo, ma la nostra intenzione è quella di riprendere la strada per Poconé.
Nella realtà delle cose qui avremmo dovuto noleggiare una barca e fare il “classico” tour di caccia fotografica al Giaguaro, ma il costo per noi è proibitivo. Trattando per circa un’ora si può ottenere un prezzo di 400 Realis per mezza giornata, normalmente lo stesso Tour viene venduto a 800/1000 Realis. I pescatori non possono portarci con loro, le loro barche sono piccole e non trasportano più di tre persone che devono pescare.
Prima di tutto cerchiamo il carburante, che troveremo all’hotel al prezzo di 6 Realis al litro (prezzo medio on the road 3.3/3.4) il che, seppur altissimo non è un furto visto i 10 che ci avevano chiesto al campeggio. Ne acquistiamo 5 litri, ma mentre il ragazzo ci riempie il serbatoio riusciamo a farcene regalare uno in più, il che non guasta per abbassare il prezzo medio.

Proviamo anche a cercare nei dintorni qualcuno che sia disposto a vendereci qualcosa da mangiare per il viaggio di ritorno e con difficoltà troviamo una barca dove una signora è disposta a venderci birra, acqua o biscotti. Evidentemente è qui per i turisti, che al ritorno o in partenza per la loro caccia al Giaguaro immaginiamo abbiano bisogno di qualcosa di fresco. Ad un prezzo che ci sembra meno un furto acquistiamo due litri di acqua ghiacciata, che assieme ad altri due che abbiamo rimpito dai pescatori dovrebbero consentirci di tornare a Poconé.

Il caldo torrido ci fa consumare tantissimi liquidi, ma fortunatamente ci toglie un po’ di voglia di cibo. Le nostre Empanadas ormai non sono altro che una poltiglia dallo scarso appeal, quindi non ci resta che il miraggio del nostro camion che ci aspetta con il frigorifero acceso, seppur sotto il sole cocente che sembra voler grigliare ogni forma di vita presente in questo fazzoletto di spazio popolato più dagli animali che dall’uomo.

Sulla via del ritorno, sopra uno degli ultimi ponti in legno ci scattiamo una fotografia, anche se provati più dal caldo che dalla stessa Transpantaneira non possiamo che essere contenti di questa bella esperienza. Tra tutto sicuramente i momenti passati tra i pescatori, all’ombra degli alberi davanti al Rio Cuiabà ci rimarranno ben impressi nella memoria così come la vista dei tanti animali. Meno affascinante è stato scoprire il mercato del turismo in stile sanguisuga di Porto Jofre, dove non abbiamo potuto che constatare che tutto ruota intorno al mercato dello scatto fotografico. Un turismo non economico, sicuramente in un area remota e difficile da raggiungere ha fatto si che qui si debba venire con il portafoglio un po’ gonfio, il che poco si adatta al nostro stile di viaggio che per forza di cose deve essere fatto di compromessi.

Per quanto riguarda la strada in se dobbiamo ammettere che con il camion avremmo sofferto momenti di terrore. E’ probabile che seppur fatiscenti questi ponti ci avrebbero retto, tuttavia farsi il segno della croce prima di ogni attraversamento sarebbe stato d’obbligo. In moto la strada invece non presenta nessuna difficoltà, naturalmente se parliamo di questo momento dell’anno dove il terreno asciutto non è fonte di preoccupazione. Ciò a cui si deve prestare attenzione sono gli attraversamenti, particolarmente pericolosi per gli pneumatici e naturalmente il caldo, una riserva d’acqua è fondamentale. A differenza della strada Transpantaneira del Sud che abbiamo percorso con il camion questa presenta molto più passaggio grazie al turismo, qui durante le ore diurne è facile che prima o poi qualcuno passi. Insomma ci si sente meno soli. Bene comunque essere autonomi con le cose indispensabili tipo le forature, che sono davvero a portata di mano.

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